Hai aperto la sezione About del tuo profilo LinkedIn e hai scritto “Sono un manager con 15 anni di esperienza nel settore…”. Fermati. È esattamente lì che perdi il lettore.
Il problema non è che stai mentendo. Il problema è che stai scrivendo per chi ti conosce già — e quella persona non ha bisogno di leggere l’About. Chi invece non ti conosce, chi arriva sul tuo profilo dopo aver visto un tuo post o ricevuto la tua richiesta di connessione, ha bisogno di qualcosa di completamente diverso: un motivo per restare.
L’errore che quasi tutti commettono
La sezione About di LinkedIn replica il CV. Anni di esperienza, settori coperti, competenze elencate. Spesso in terza persona, come se fosse la scheda di un relatore a un convegno del 2008.
Questo approccio ha un difetto strutturale: è costruito attorno a te, non al lettore. Chi legge l’About — un potenziale cliente, un recruiter, un giornalista che cerca una fonte — vuole capire una cosa sola: questo professionista risolve il mio problema o no?
Una lista di titoli e aziende non risponde a quella domanda. Una storia sì.
Cosa significa “storia” in questo contesto
Non si tratta di scrivere un memoir. Non serve raccontare l’infanzia o il momento epifanico in cui hai capito la tua vocazione. Una storia, nel senso utile del termine, ha tre elementi:
- un punto di partenza riconoscibile
- una tensione o una svolta
- un approdo che chiarisce dove sei oggi e cosa offri
Per un direttore finanziario di una PMI manifatturiera, potrebbe sembrare così: ha cominciato come controller in un’azienda da 8 milioni di fatturato, si è trovato a gestire una crisi di liquidità nel 2012 senza strumenti adeguati, e da quel momento ha costruito un metodo per leggere i flussi di cassa con sei mesi di anticipo. Oggi lavora con aziende tra 10 e 50 milioni che vogliono smettere di inseguire i numeri e cominciare ad anticiparli.
Settantacinque parole. Nessuna lista. Tutto concreto.
La struttura che funziona
Apri con un problema, non con te stesso
Il primo paragrafo dell’About è quello che appare prima del “…leggi altro”. È la sola cosa che molti leggono. Se comincia con “Sono…”, stai sprecando quello spazio.
Comincia invece dalla tensione che risolvi. “Le aziende di medie dimensioni perdono opportunità di internazionalizzazione non per mancanza di risorse, ma per mancanza di metodo.” Se fai il consulente per l’export, quella frase aggancia subito chi ha quel problema.
Entra in scena solo dopo
Il secondo paragrafo puoi dedicarlo a te — ma attraverso la tua traiettoria, non le tue credenziali. Dove hai maturato quella prospettiva? Cosa hai visto che altri non vedono? Un esempio concreto vale più di tre aggettivi.
Un responsabile commerciale che ha lavorato dieci anni in un’azienda tedesca e poi è tornato in Italia può spiegare esattamente qual è la differenza nei processi di acquisto B2B tra i due mercati. Quella specificità è quello che ti distingue.
Chiudi con un’azione chiara
Non “sono disponibile per collaborazioni”. Troppo generico. Meglio: “Se gestisci una rete vendita e stai cercando di ridurre il tasso di abbandono dei nuovi agenti nei primi sei mesi, possiamo parlare.” Chi si riconosce in quella descrizione sa esattamente cosa fare.
Perché la terza persona è quasi sempre sbagliata
La terza persona nell’About nasce da un’intenzione legittima: sembrare autorevoli, distaccati, professionali. Il risultato è l’opposto. Leggere “Marco Rossi è un esperto di…” su un profilo scritto da Marco Rossi stesso crea un cortocircuito. Chi legge sa perfettamente che l’ha scritto tu.
La prima persona è più diretta, più umana, più credibile. E LinkedIn è una piattaforma dove il registro personale funziona meglio del comunicato stampa.
Ci sono eccezioni: se il profilo è gestito da un team di comunicazione per una figura pubblica, la terza persona può avere senso. Ma per il manager o l’imprenditore che gestisce il proprio profilo, no.
Il dettaglio che fa la differenza
Nelle storie che funzionano c’è sempre almeno un elemento specifico e inaspettato. Non “ho lavorato nel settore farmaceutico” ma “ho lanciato tre prodotti OTC in mercati dove la distribuzione farmaceutica è ancora frammentata e analogica”. Non “mi occupo di formazione manageriale” ma “lavoro con team che hanno appena attraversato una fusione e devono imparare a lavorare insieme partendo da culture aziendali diverse”.
Quella specificità fa due cose contemporaneamente: restringe il pubblico a cui parli e aumenta la credibilità agli occhi di quel pubblico ristretto. È una scelta controintuitiva, ma è quella che porta i contatti giusti.
Quanto deve essere lungo
LinkedIn permette fino a 2.600 caratteri. Non serve usarli tutti. Un About di 150-200 parole scritto bene vale più di uno da 500 parole scritto male.
La lunghezza ideale dipende da quanto hai da dire — non da quanto spazio hai a disposizione. Se dopo tre paragrafi hai detto tutto, fermati. Il lettore che vuole sapere di più andrà a guardare le esperienze. Il lettore che non è convinto dopo tre paragrafi non lo convince il quarto.
Prima di riscrivere, fai questa domanda
Prendi quello che hai scritto adesso e chiediti: se questa sezione non avesse il mio nome sopra, si capirebbe che parla di me?
Se la risposta è no — se potrebbe essere l’About di chiunque nel tuo settore — allora non hai ancora trovato la tua storia. Hai scritto una descrizione di categoria, non un ritratto.
La sezione About non è il posto dove stai al sicuro dietro un elenco di competenze. È il posto dove decidi se vuoi essere ricordato o solo archiviato.
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