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La sezione "In primo piano" di LinkedIn: cinque usi che la maggior parte ignora

La sezione In primo piano di LinkedIn
Foto di Christin Hume · Unsplash

La sezione “In primo piano” di LinkedIn viene spesso trattata come una bacheca di trofei: un articolo pubblicato tre anni fa, una copertina di presentazione aziendale, magari il link al sito web. Poi non la si tocca più.

È un errore costoso, perché quella sezione è la prima cosa che un visitatore vede dopo il titolo e il sommario. Non è una vetrina statica: è il primo filtro che decide se qualcuno continua a leggere il tuo profilo o chiude la scheda.

Cinque usi che vale la pena conoscere — e che quasi nessuno sfrutta davvero.

1. Un documento che risponde alla domanda che ti fanno sempre

Ogni professionista ha una domanda che riceve in modo ricorrente. Il responsabile commerciale sente spesso: “Ma come funziona esattamente il vostro processo di onboarding?” Il consulente fiscale: “Quali sono i casi in cui conviene davvero aprire una SRL?” Il direttore operations: “Come hai gestito la transizione al nuovo sistema ERP?”

Quella domanda merita una risposta scritta, densa, curata. Non un post. Un documento di due o tre pagine, caricato direttamente come PDF su LinkedIn, che anticipa il bisogno e dimostra competenza prima ancora che inizi qualsiasi conversazione.

Metterlo in “In primo piano” significa renderlo visibile esattamente nel momento giusto: quando qualcuno arriva sul profilo con quella stessa domanda in testa.

I risultati dicono cosa hai ottenuto. Il metodo dice come pensi. Sono due cose molto diverse, e i professionisti che si distinguono davvero comunicano entrambe.

Un post con i numeri di un progetto andato bene attira like. Un articolo che spiega il ragionamento dietro quelle scelte — i vincoli che hai affrontato, le alternative che hai scartato e perché, l’errore che hai corretto a metà strada — attira conversazioni e, spesso, opportunità concrete.

Se hai scritto qualcosa del genere — su LinkedIn o altrove — vale la pena metterlo in primo piano. Non il contenuto più visto. Quello più rappresentativo di come lavori.

3. Una pagina di atterraggio costruita per un pubblico specifico

Chi visita il tuo profilo non è un pubblico omogeneo. Arrivano recruiter, potenziali clienti, giornalisti, colleghi di settore, fornitori. Ognuno cerca qualcosa di diverso.

La sezione “In primo piano” permette di inserire più elementi. Usarla con criterio significa scegliere due o tre link pensando a chi hai come interlocutore principale in questo momento della carriera. Se stai cercando un nuovo ruolo, uno dei link potrebbe puntare a una pagina personale con CV scaricabile e referenze. Se stai sviluppando clientela B2B, potrebbe portare a un caso studio dettagliato, non alla homepage aziendale generica.

La homepage aziendale, in particolare, è quasi sempre la scelta sbagliata. Manda il visitatore in un posto pensato per tutti, che finisce per non parlare a nessuno in modo preciso.

4. Un contenuto che funge da filtro per le collaborazioni

Alcune collaborazioni non funzionano non perché manchino le competenze, ma perché le aspettative di partenza sono incompatibili. Il cliente che non si aspettava quei tempi. Il partner che non aveva capito come lavori in autonomia. L’azienda che cercava qualcuno disposto a gestire dieci progetti contemporaneamente.

Un contenuto che esplicita il tuo approccio — come prendi decisioni, cosa ti aspetti da chi lavora con te, in quali contesti rendi di più — riduce questo attrito prima ancora che inizi la trattativa. Non è arroganza. È chiarezza.

Un post scritto in quel tono, o un breve documento che chiami “come lavoro insieme”, messo in primo piano, seleziona le richieste in modo naturale. Arrivano meno contatti, ma molto più in linea con quello che cerchi.

5. Un contenuto aggiornato di recente, non uno vecchio di anni

Questo è il punto più semplice, ed è quello che viene trascurato più spesso.

Mettere in primo piano un contenuto del 2021 comunica, involontariamente, che il profilo non viene curato. Un visitatore attento lo nota. Un recruiter che passa venti minuti al giorno su LinkedIn lo nota con certezza.

Aggiornare la sezione non richiede di produrre qualcosa di nuovo ogni mese. Basta scegliere, tra i contenuti recenti, quello che meglio rappresenta dove sei adesso — non dove eri due anni fa. Un post delle ultime settimane che ha generato discussioni interessanti vale molto di più, come segnale, di un articolo storico che ha fatto numeri migliori.

La logica è semplice: “In primo piano” dovrebbe rispondere alla domanda chi sei oggi, non documentare chi eri.

Come scegliere cosa mettere, in pratica

Non esiste una formula valida per tutti, ma ci sono tre criteri che funzionano nella maggior parte dei casi.

Pertinenza. Il contenuto parla di quello che fai adesso, non di un capitolo chiuso della carriera?

Densità. Dà qualcosa di utile a chi lo apre — un’informazione, un punto di vista, uno strumento — oppure è solo una copertina bella da vedere?

Coerenza con il titolo. Se il tuo titolo dice che sei un esperto di supply chain nel settore farmaceutico, e in primo piano c’è un articolo sulla comunicazione digitale scritto in un’altra vita, il profilo manda un segnale confuso.

La sezione “In primo piano” non è difficile da usare bene. Richiede solo di fermarsi dieci minuti ogni due o tre mesi e chiedersi: questo è ancora il contenuto che voglio che le persone giuste trovino per primo?

Nella maggior parte dei casi, la risposta è no. E cambiare non costa niente.

La sezione “In primo piano” è una delle tappe del modulo sul profilo nei corsi gratuiti di iPeople — utile se vuoi rivedere tutta la vetrina del profilo in una sola sessione.